È una domanda da un milione di dollari J ed è quello che si chiede David Graeber, professore di antropologia alla London School of Economics, nel suo libro – Bullshit Jobs – ovvero, i lavori del cavolo.

Graeber definisce tale un’occupazione che è “così totalmente inutile, superflua o dannosa che nemmeno chi la svolge può giustificarne l’esistenza”.

Il primo requisito per individuare un bullshit job, dunque, è l’assenza di un’utilità sociale; il secondo requisito è che il diretto interessato se ne renda conto.

Questa consapevolezza è più comune di quando non si tenderebbe a pensare e spesso si trasforma in malcontento e frustrazione: secondo l’antropologo infatti le professioni senza senso sono una forma di «profonda violenza psicologica».

Ma quali sono queste occupazioni?

Graeber le suddivide in cinque categorie: i tirapiedi, gli sgherri, i ricucitori, i barra caselle, i supervisori (di tipo 1 e 2) e sostiene che nella nostra società ci sia una tendenza a retribuire meno i lavori considerati socialmente più desiderabili.

L’articolo di Anna Momigliano  https://www.rivistastudio.com/lavorare-gratis-bullshit-jobs/ approfondisce queste tematiche e ci offre diversi spunti di riflessione strettamente connessi al desiderio di riconoscimento sociale che inevitabilmente ci rende vulnerabili e disposti a scendere a compromessi.

Che ne pensate? Qualcuno di voi si riconosce in una delle categorie create dall’antropologo?

Buona riflessione…

 

 

 

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